immaginare parole, scrivere immagini

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Ritorno alle origini: “La meraviglia che apre gli occhi e dischiude il mondo”

Tanto in Aristotele:

“Infatti gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia. Mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’universo intero. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in un certo senso, filosofo: il mito infatti è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia.” ( Metaph. 982B 12 )

quanto in Platone:

“Theaet: Per gli dèi, veramente, Socrate, io mi meraviglio enormemente per cosa possano essere mai queste visioni e talvolta, guardandole intensamente, soffro le vertigini. Socr: Non mi pare, caro amico, che Teodoro abbia opinato male sulla tua natura. Si addice particolarmente al filosofo questa tua sensazione: il meravigliarti. Non vi è altro inizio della filosofia, se non questo, e chi affermò che Iride era figlia di Taumante come sembra, non fece male la genealogia.” (Theaet. 155D )

viene posta all’origine del filosofare la meraviglia, il meravigliarsi (thaumazein). Chi prova meraviglia riconosce di non sapere, o di aver creduto di sapere fino al momento in cui apre gli occhi veramente e si accorge di aver vissuto in un sogno. Per questo riconosco l’intrinseca corrispondenza tra meraviglia – amore – filosofia; ciò che questi tre termini hanno in comune è il fatto di essere metaxu, ossia mediatori.

Nel Simposio, Socrate riporta le parole di Diotima, la quale parla di Amore come di un daimon, un demone, poiché è proprio di ogni essere demoniaco lo stare in mezzo tra i mortali e il dio. La sua virtù è quella di essere “interprete e intermediario agli dèi di ciò che viene dagli uomini; agli uomini di ciò che vien dagli dèi.”

La sacerdotessa ricorda anche l’origine di Amore, che fu concepito nel giardino di Zeus, il giorno in cui nacque Afrodite, in seguito al banchetto che gli dèi celebrarono per quell’ occasione. Sua madre, Penia (Povertà, Privazione) andò al banchetto per mendicare, lì vi trovò Poros (Espediente, Risorsa) , se ne innamorò ed ebbe con lui un figlio, Eros appunto. Dunque Amore ha ereditato dalla madre l’indigenza; al padre deve invece la capacità di porre rimedio a tale privazione.

Come chiarisce Giovanni Reale “Proprio perché la sua essenza è la mediazione sintetica degli opposti, Eros non è immortale come gli déi né mortale… Eros è colui che rinasce sempre. È desiderio di quello di cui è privo, ma di cui, in qualche modo, ha tracce in sé: è desiderio delle cose belle e buone. Come tale, non può essere di per sé né bello né buono, perché, se così fosse, non avrebbe desiderio di quello che già possiede. Meno ancora, tuttavia, può essere brutto e cattivo, poiché essendo tale, non potrebbe avere desiderio del bello e del buono. Eros è intermedio fra gli opposti, tra bello e brutto, buono e cattivo… ha una dimensione cosmica: è il legame che tiene unito l’ essere con se stesso. E se questo è vero per l’ intera realtà, lo è anche per l’uomo.”

Ed ecco quindi, la stretta connessione tra Amore e filosofia, che ci viene riportata,nel Simposio, ancora per bocca di Socrate:

“E puoi dir che Amore non è mai né povero né ricco; come pure sta di mezzo tra sapienza e ignoranza. Ed ecco perché: degli déi nessuno fa filosofia né ha desiderio di diventar sapiente – è già – né fa filosofia chi è già sapiente; d’altra parte, neanche gli ignoranti pensano a filosofare o han desiderio di diventare sapienti: chè anzi è proprio qui la difficoltà più grave in cui l’ignoranza si trova, chè chi non è né bello né buono né saggio, crede di avere tutto a sufficienza. E naturalmente,se uno non crede di aver difetto, non può desiderare ciò di cui non sente il bisogno”.

Questa condizione di difetto, che ritroviamo formulata pressochè allo stesso modo anche nel Liside (“colui che desidera vuole ciò di cui è mancante” ) viene sottolineata, sempre nel contesto simposiaco, da Aristofane, che narra il mito dell’ origine dell’ uomo. All’ inizio i generi erano tre: gli uomini erano figli del sole, le donne erano figlie della Terra, gli androgini erano figli della Luna. Di fronte alla loro tracotanza , Zeus decise di separare ognuno di loro in due metà, così che diventassero privi dell’originaria completezza autosufficiente e avessero il continuo bisogno di cercare di colmare la loro incompiutezza.

Come sottolinea Umberto Curi ne “La cognizione dell’amore”, la consapevolezza del proprio essere soltanto parti, della condizione di meri simboli (ritornando al valore etimologico del termine), è il primo passo verso la guarigione del nostro male e verso il raggiungimento della felicità. Eros è necessario per ritornare alla archaia physis, e per porre rimedio alla deficienza ontologica di cui si ha consapevolezza; agisce come dynamis, ricostituendo la forma originaria, facendo “di due uno” (ek dyoin hen).

Amore è pharmakon, che guarisce dal difetto: insano è colui che ritiene di poter persistere nella propria difettiva separatezza, che si illude di poter persistere nella propria in-dividualità. Poiché la nostra archaia physis era tale che “noi s’era tutti interi” (emen holoi), ciò a cui diamo il nome di amore, altro non è se non “la brama e la ricerca di quelli intero” (tou holou …epithymia kai dioxei). L’amore è “la testimonianza di una condizione umana attuale segnata dall’ imperfezione e dall’ incompiutezza, e perciò sempre in cammino, perpetuamente alla ricerca di qualcosa che consenta di oltrepassare i limiti di un’ esistenza puramente simbolica”.

Queste millenarie considerazioni sull’incompletezza umana hanno, nei secoli, toccato aspetti diversi della vita dell’uomo. Tra le filosofie del Novecento, per esempio, Hannah Arendt sottolinea l’importanza di dare forma a se stessi, tramite l’azione. In “Vita Activa”, distingue, infatti, tre attività umane: il lavoro, l’ opera e l’azione.

Il lavoro-del-nostro-corpo consiste in un asservimento alla necessità e il suo protagonista è l’ animal laborans. Non lascia nulla dietro di sé, e il risultato dello sforzo compiuto viene consumato con la velocità con cui lo sforzo è stato speso. Il lavoro agisce nel circolo prescritto dal processo biologico e imprigiona l’uomo nella privatezza del suo corpo e delle sue necessità.

L’opera-delle-nostre-mani è ciò tramite cui l’uomo (homo faber) fabbrica un mondo artificiale di una certa durevolezza. L’unica via d’uscita verso il mondo, per l’homo faber, è il mercato di scambi, dove si scambiano i prodotti fabbricati nell’isolamento, e che solo in quel momento acquistano valore.

Ciò che ha per soggetto l’uomo in quanto tale, è l’azione, che si svolge nella pluralità fatta di uguaglianza e distinzione. Discorso e azione sono le modalità con cui gli esseri umani appaiono gli uni agli altri e danno alla luce qualcosa di nuovo, portando se stessi ad una seconda nascita, nonché l’unico modo per rivelare il chi si è, agli occhi degli altri.

Credo che Max Scheler si muova su un terreno molto simile nel sostenere la sua tesi della stratificazione della vita emotiva. Quando, nel 1913, Scheler elabora la sua “teoria dei valori”, conia anche il neologismo Wert-Nehmen, e suddivide i valori (che non sono da considerarsi come enti ideali intesi in senso apodittico, bensì come indici di qualcos’altro, dunque,come elementi “a-sostanziali”) in quattro classi distinte:

-valori sensibili (che sono relativi a ciò che è utile o dannoso, piacevole o spiacevole)

-valori vitali (che inerscono al benessere o al malessere)

-valori spirituali (che sono estetici, normativi, conoscitivi)

-valori personali (che riguardano essenzialmente ciò che è sacro o profano)

Questa suddivisione si basa sulla teoria ontologica scheleriana della distinzione tra Io e Persona. L’ identità dell’Io si fonda su un ruolo sociale, un insieme di aspettative e comportamenti che ci si attende da un individuo che ricopre una specifica posizione all’interno della società. La Persona, invece, costituisce la propria identità sul rovesciamento delle dinamiche scontate che caratterizzano la sfera dell’Io, sulla possibilità di rinnovarsi, rinascere e creare qualcosa di nuovo.

La rinascita è dunque l’essenza prima della Persona: quest’ ultima manifesta se stessa, nel momento in cui devia dal percorso prestabilito all’interno del quale si muove l’Io, per portare a compimento una Um-bildung, ossia una tras-formazione di sé, tramite la quale riesce a darsi forma, ad essere pienamente, a superare quella difettosa parzialità che caratterizzava la sfera biologica dell’ Io. Questo deviare dal desiderio mimetico e dal consueto circolo biologico ripetitivo, non ha altro spazio se non quello della solidarietà ed è in questo contesto che entra in gioco il concetto di esempio e esemplarità. L’esemplarità è una forza che viene dall’esterno, da ciò che è altro, ma che riesce a dare voce a strati individuali profondi o nascosti e quindi riesce a favorire la fioritura della personalità del singolo.

Ciò che è contrapposto all’ esempio è il modello, e la trattazione di questo concetto è collegabile a quella che Renè Girard propone riguardo a ciò che egli chiama mediatore, ossia a ciò che si pone come termine medio tra il soggetto e l’oggetto, instaurando un rapporto triangolare. Girard afferma che nella società umana, tutti desiderano ciò che altri hanno o desiderano a loro volta. Il risultato di questo desiderio mimetico è il livellamento e la massificazione degli individui, e le sue basi si fondano sul desiderio di essere, che, in questa logica, può essere soddisfatto solo tramite il prestigio e il riconoscimento sociale. Il modello ricorda l’idolo di cui ci parla la Zambrano, poiché entrambi hanno bisogno di una vittima che alieni la propria interiorità, le proprie peculiarità, in nome di qualcosa d’altro da sé che non ha legami con la personalità del soggiogato.

“Idolo è ciò che pretende di essere adorato o riceve adorazione, ossia devozione assoluta: assoluta finchè dura. Idolo è ciò che si nutre di questa adorazione o devozione smisurata, e, una volta che gli viene a mancare, finisce per crollare. È un’immagine distorta del divino, un’ usurpazione. Ogni persona convertita in idolo, anche suo malgrado, vive un inganno.”

L’ esempio, invece, non produce in alcun modo livellamento poiché il suo risultato è quello di farè affiorare le differenze individuali e ciò gli è possibile in quanto ha carattere universale per quanto riguarda i modi con cui si espande e “contagia” tutti gli individui, ma non ha carattere universale per quanto riguarda i risultati derivati da tale contatto, quindi la mimesis lascia spazio all’ invenzione di sé. Caratteristica primaria dell’esempio è, difatti, il risvegliare in ognuno il desiderio di creare qualcosa di nuovo (“l’esempio germina dal di dentro fino a diventare il materiale su cui costruire la deviazione precipua del proprio percorso individuale”).

Ovviamente l’ esempio agisce nella sfera affettiva che riguarda i valori personali, ossia quelli più profondi e spesso difficili da conoscere, mentre il modello riesce nei suoi intenti massificanti poiché si riferisce alla superficie dell’individuo, ai valori di più immediato accesso, e ai desideri di più semplice appagamento.

In questo senso, l’ originaria tesi dell’ uomo-incompleto, o come Totalità incompiuta (come suggerisce Guido Cusinato) è fortemente rilevante, soprattutto nel campo dell’ etica. Se non prestiamo ascolto a ciò che può contraddistinguerci come persone, ma puntiamo solamente a soddisfare la nostra superficie, non realizziamo propriamente noi stessi, restiamo nella nostra chiusura operativa, per utilizzare la terminologia di Luhmann ne La teoria dei sistemi.

Dare forma alla persona significa, invece, imprimere i caratteri soggettivi alla propria organizzazione specifica, e non trovare la propria identità con la chiusura operativa, ma scoprendo di essere incompiuti e di avere il compito ontologico di dar forma a se stessi per mezzo della co-esecuzione degli atti, in cui svolge un ruolo fondamentale l’ esemplarità. Invece che al conformismo al quale si adegua l’ io, la persona punta ad una originale apertura al mondo (Weltoffenheit), sviluppando la propria sfera creatrice e innovatrice. È qui che ritrovo delle analogie con la filosofia di Hannah Arendt, nel fatto cioè, che l’uomo ha bisogno di partorire se stesso, di darsi una seconda nascita e di non rimanere legato al circolo biologico dell’ animal laborans o all’ utilitarismo dell’ homo faber.

La filosofia, come etica, deve partire, dunque, dal riconoscimento della deficienza ontologica che caratterizza l’ uomo, e deve puntare ad una armonica fioritura degli strati affettivi che porti ad una molteplicità di unicità, per evitare il formarsi di un’ indistinta unità di uguali. L’agire etico, per Scheler, rispecchierà la vocazione individuale di auto-completamento e di conquista dell’essere pieno, e ha come sfondo un clima di solidarietà, per cui non si tratta di un relativismo etico, bensì di solidarismo etico. Il suo compito è quello di curare la distorsione che sorge dallo sviluppo disuguale dei livelli emotivi, per condurre a un vigore personale che scardina i meccanismi di atrofizzazione e automatizzazione ai quali l’uomo è spesso e inconsciamente sottomesso.

L’ io, soggetto-oggetto di atrofizzazione, è ciò che può essere paragonato a quello che la Zambrano definisce come personaggio: “Il problema è che di fronte a qualunque soggetto di un’azione ci si dovrebbe domandare: “Chi è?”, e ancora: “è una persona reale, con una sua propria sostanza, o è soltanto il personaggio inventato, maschera di un delirio?” Se si tratta di quest’ultimo, allora abbiamo a che fare con uno che è un altro; un altro non tanto per me o per gli altri, ma un altro per se stesso. La sua vera persona è soggiogata, giace vittima del personaggio che la sostituisce.”

L’ etica deve trovare un equilibrio tra le sfere affettive e non deve favorire nè una visione irrazionale di queste sfere, nè una loro ipersublimazione che conduce alla morale ascetica. Per fuggire il pericolo del relativismo, Scheler parla di ordo amoris, definendolo come il nucleo fondamentale dei valori, degli atti d’amore e d’odio dell’individuo e la fonte originaria di ogni sua autentica esperienza etica, e che è presente in ogni individuo. La singolarità si manifesta nelle diverse modalità di sviluppo e fioritura della persona. In questo senso possiamo considerarci vicini al discorso che Maria Zambrano aveva compiuto in Persona e democrazia per quanto riguarda la soluzione possibile per fuggire al pericolo di demagogia e massificazione. L’ alternativa vincente è la democrazia, intesa come una duplice fedeltà all’ assoluto e alla relatività che corrisponde all’ etica. La democrazia, per Zambrano, è come una sinfonia che dobbiamo sia riprodurre sia parteciparvi attivamente.

Possiamo tornare, dunque, a 2000 anni fa, e al concetto di cura di sé ( epimèleia heautou) come nozione dalle caratteristiche olistiche. Nella Grecia dell’ epoca, soprattutto in campo terapeutico, si tendeva all’ armonia naturale tra le parti dell’ intero psicosomatico costituente ogni vivente e ogni essere umano; la cura andava diretta all’ intero fatto di corpo e di anima, ed anzi, era proprio quest’ ultima che andava curata per prima perché anche l’ altro potesse essere sano come natura consente e vuole. Così, l’ etica della cura deve avere come obiettivo l’armonizzazione emotiva poiché un dislivello nello sviluppo degli strati emotivi non può che portare a un dislivello globale del soggetto, e in scala maggiore, della società formata su queste basi distorte.

“Si immagini un giardino con cento specie di alberi, con mille specie di fiori, con cento specie di frutta e di erbe. Se il giardiniere di questo giardino non sa fare altra distinzione botanica che quella tra “mangereccio” e “zizzania”, non saprà che farsene dei nove decimi del giardino, strapperà i fiori più affascinanti, abbatterà gli alberi più nobili o almeno li odierà e li guarderà bieco.”(H.Hesse – Il lupo della steppa)

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stralci

La coerenza è per chi non ha fantasia per re-inventarsi. Dobbiamo farci e disfarci. Bruciare e risorgere.

Vivere in funzione di obiettivi da raggiungere è spostare ad un futuro indefinito l’ importanza del presente.

Chi non dimentica non avrà spazio per nuove occasioni, nuove orizzonti, nuovi incontri.

Chi non si vendica non è da lodare, ma da biasimare.

Se non ti senti migliore degli altri, non avrai mai nulla da donare. Cosa vorresti dare, a chi consideri migliore di te?


Una stanza tutta per sè

“Le donne non hanno mai una mezz’ora di tempo… che possano considerare propria” , questo veniva detto delle donne di inizio Ottocento (per non parlare di quelle vissute prima) che, oltretutto, non disponevano di una stanza tutta per loro,dove creare, leggere, scrivere.. perchè era consuetudine delle famiglie della classe media avere un unico soggiorno comune. Questo era il panorama in cui si muoveva, per esempio Jane Austen, che scriveva di nascosto “Orgoglio e pregiudizio”, nel soggiorno di casa. Appena sentiva cigolare la porta, nascondeva furtivamente il manoscritto, per riprenderne la stesura al successivo momento di quiete. E noi che abbiamo la fortuna, bene o male comune, di avere i nostri spazi, libertà di azione, varietà di opportunità.. ci dedichiamo a noi e a quello che sentiamo?  “La stanza tutta per sé” che Virginia Woolf afferma essere un presupposto necessario affinchè una donna possa essere scrittrice (ma possiamo intendere in senso più generale come la possibilità di esprimere il proprio essere), credo sia una esigenza che non è svanita. Il fatto è che se al tempo della Woolf, questa era una conquista, ora, invece, sarebbe la conseguenza di una “rinuncia”. La vita sociale ci risucchia nel suo trambusto, siamo impegnate, indaffarate, e se anche le occupazioni che ci vedono coinvolte non sono di vitale importanza, assumono rilevanza poiché investono il nostro tempo. Non importa come. Ci occupano.  Da piccola mi chiudevo nell’armadio, con un libro, una torcia e il mio peluche preferito. Quello era un bel mondo. Non c’era nient’altro. Io. Io felice di non essere vista da nessuno. Io che sentivo solo il battito del mio cuore. Io che leggevo storie che mi facevano sognare. Ora non mi chiudo più negli armadi. Riempio la vasca, la profumo di vaniglia, mi ci butto e resto in apnea. Conto i secondi. Riprendo fiato. Ri-trattengo il respiro. L’acqua mi separa da tutto il resto. Nuda in tutti i sensi. Io e basta. Lì mi nascono tanti pensieri, tanti sogni, ma anche ansie e paure. In quel caso inspiro i miei stessi pensieri e mi tranquillizzo. Apnea rasserenante. Ognuno ha bisogno di stare con se stesso. Io ci sto bene.A volte.

 


La ragnatela sociale: non una trappola, ma un tappeto elastico da cui saltare

La vita non può essere una mera gratificazione di istinti epulsioni sensoriali e nemmeno soltanto una ricerca di affermazione all’interno della ragnatela sociale, dove crediamo di essere noi i costruttori di tale intricato sistema, mentre non siamo altro che piccoli insetti che corrono costantemente il rischio di essere fagocitati. Non si può certo prescindere da tutto ciò; i piaceri vanno appagati, e la società che l’ Uomo ha costruito dev’essere il nostro punto di partenza, ma il nostro compito è affermarci, non in funzione di un riconoscimento sociale o di una gratificazione dovuta a lodi e premi, ma in funzione delle nostre possibilità di essere unici e incommensurabili. A me non interessa agire per ricevere una valutazione, un consenso o ottenere approvazione,rientrando così nella sfera dell’ordinario, del misurabile e del valutabile. A me interessa agire alla mia maniera, mettendo sì in atto tutte le mie possibilità al fine di fare del mio meglio, possibilmente in ogni circostanza, ma uscendo dalla commensurabilità e dagli schemi stabiliti, per far emergere ciò che è propriamente mio, e di nessun altro.Ritengo sia un dovere, ma anche un privilegio, per ognuno di noi, ricercare quella via artistico-creativa,che ci permetta di esprimere ciò che altrimenti sarebbe inesprimibile. Siamo ciò che non riusciamo a dire se non con l’arte, che è l’espressione della nostra forza immaginativa e delle nostre più profonde specificità.Non è valida la critica che si potrebbe ora muovere, dicendo che non tutti nascono artisti,perchè per arte non intendo qualcosa di tecnico, di vicino alla perfezione o di difficilmente raggiungibile. Per arte intendo quel processo che rende visibile l’invisibile, che ci fa sentire pienamente la vita e che nel momento in cui lo compiamo, prescindiamo da tutto il resto: restiamo noi, la nostra creatività, e la nostra capacità di manifestarci. Il punto di partenza è quello di ascoltare la voce dei nostri strati più profondi, e non distogliere l’attenzione da essa, in favore di ciò che ci appare più immediato da conseguire, perchè già compiuto da altri. La nostra formazione conta, e conta nella misura in cui ci può illuminare sulla strada da percorrere, o meglio, ci può indicare la direzione, verso la quale noi possiamo costruire la nostra stessa strada. Forse può sembrare una visione solipstistica, nella misura in cui affermo che ognuno di noi, singolarmente, può essere in grado di ritagliarsi il proprio “spicchio” di mondo, che appartiene a lui soltanto, ma, aggiungo ora, che è l’ interazione con gli altri, che ci rende più chiara la nostra direzione, e non per confronto, antagonismo o plagio, ma perchè conoscere il mondo, attraverso gli occhi altrui, ci amplia gli orizzonti, e più il nostro orizzonte è vasto, più è probabile che la nostra direzione si trovi in esso.


Parole svuotate

Associamo parole alle persone della nostra vita. Costruiamo un mondo intorno ad esse. Relazioni semantiche, visioni romantiche. Quando qualcuno se ne va, non sparisce solo come persona, come punto di convergenza dei nostri sentimenti, come pilastro della nostra vita. Porta con sè tutte le parole del suo mondo. Se non ci fosse stata la parola Mamma, non sarebbe così doloroso. Viviamo di associazioni, siamo esseri che necessitano di questo. La parola Mamma mi ricorda incessantemente che io l’ ho persa. Eppure è una parola, è soltanto una parola. Non corro di certo il rischio di dimenticarmene, è una cosa così profonda. E allora come mai basta una parola a farmi sentire una mancanza che è dentro di me? La parola Mamma è la prima che si impara; è quella che abbiamo detto più volte.

Mamma ho fame

Mamma ho freddo

Mamma sono a casa

Mamma ho mal di pancia

E se la mamma non c’è più, il freddo, la fame, il tornare a casa, il mal di pancia, ti fan ricordare che una volta chiamavi la mamma, che ti diceva che la cena era quasi pronta, che ti portava una coperta, che ti abbracciava e riempiva di baci quando aprivi la porta di casa, e che ti massaggiava la pancia per farti stare meglio. Le parole ti fregano, perchè sono il segno dell’ arbitrarietà umana, decidono come farti associare i ricordi, le cose e le emozioni. E se si riferiscono a qualcosa che non c’è più, continua a vivere la rete di relazioni costruita intorno a quel qualcosa.

Odio avere mal di pancia. Dolore nel dolore.


Oltre…Qui…


Sentirsi più vicini

La lontananza è il presupposto per l’avvicinamento:

non si può che voler conoscere ciò che è distante da noi.

Nel momento in cui ci avviciniamo, conosciamo maggiormente noi stessi:

capiamo quale impulso ci ha fatto incamminare e capiamo che quel cammino

non era in avanti, ma a ritroso.

Conoscere per conoscersi.

Avvicinarsi per sentirsi più vicini alla propria verità.